Visualizzazione post con etichetta CRONACA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CRONACA. Mostra tutti i post

domenica 2 gennaio 2011

ARRESTATO A TENERIFE UN LATITANTE SICILIANO: STERMINÒ UN'INTERA FAMIGLIA NEL BRESCIANO


È in cella uno dei responsabili della strage avvenuta in una villetta a Urago Mella, alla periferia di Brescia, dove il 28 agosto del 2006 un'intera famiglia venne sterminata. Marito, moglie e figlio furono legati prima di essere uccisi a colpi di pistola e sgozzati. Una punizione esemplare per punire uno “sgarro”. Salvatore Marino, 50 anni, nipote dello storico boss mafioso di Paceco (Trapani) Girolamo Marino, conosciuto con il soprannome di “Mommo 'u nanu” per la sua statura, è stato catturato dagli uomini della squadra mobile di Trapani a Tenerife in collaborazione con lo Sco e l'Interpol. È stato un agente della polizia penitenziaria italiana, in vacanza nell'isola spagnola, a riconoscere il latitante che viveva in un lussuoso residence e a dare l'allarme.
Salvatore Marino e il cugino Vito, di 44 anni, imprenditore vitivinicolo e figlio del capomafia, che è tuttora latitante, erano stati condannati all'ergastolo il 7 giugno scorso dalla Corte d'assise d'appello di Brescia per triplice omicidio. Nella strage furono uccisi l'imprenditore Angelo Cottarelli, 56 anni, la moglie Marzenna Topor, una polacca di 41 anni, e il figlio Luca di 16. Il movente della strage sarebbe maturato nell'ambito di una truffa da 12 milioni di euro ai danni della Regione Siciliana e dell'Unione Europea. Un affare già avviato con l'erogazione di 8 milioni per realizzare una cantina nel Trapanese. Cottarelli avrebbe avuto il compito di produrre le false fatturazioni che servivano per gonfiare le spese sostenute per la cantina.
Dalle indagini della Guardia di Finanza era emerso che l'imprenditore ucciso gestiva di fatto la Dolma srl, una delle due società bresciane su cui era imperniato il trucco delle fatture gonfiate che coprivano il 90 per cento del finanziamento ottenuto dalla Vigna Verde, di Paceco (Trapani) che aveva avviato l'attività e cui era destinato il finanziamento. Ma qualcosa non sarebbe andata per il verso giusto e i Marino avrebbero organizzato una spedizione punitiva finita nel sangue, anche se i giudici della Corte d'assise d'appello hanno escluso la premeditazione. In pratica i due cugini trapanesi non sarebbero venuti a Brescia per uccidere, ma un imprevisto li avrebbe indotti a compiere la strage. L'accusa nei confronti di Salvatore e Vito Marino, assolti in primo grado, si è basata anche sulle dichiarazioni di Dino Grusovin, arrestato con loro nella fase iniziale delle indagini. Quest'ultimo aveva poi collaborato con gli inquirenti e le sue dichiarazioni avevano ricoperto un ruolo determinante per ricostruire la strage.
Nel processo d'appello il verdetto nei confronti dei due imputati, che frattanto erano stati scarcerati dopo due anni di custodia cautelare, fu ribaltato. Ma i due cugini, sottoposti agli obblighi della sorveglianza speciale, subito dopo la sentenza si resero irreperibili. Ieri la latitanza di Salvatore Marino si è conclusa davanti agli agenti della squadra mobile di Trapani, che da sei mesi gli davano la caccia.
(articolo e foto di Salvatore Marino da La Repubblica di domenica 2 gennaio 2011)

giovedì 9 luglio 2009

CONDANNATO A 13 ANNI PER TRAFFICO DI DROGA L'ITALIANO DELL'IDROVOLANTE

13 anni, sei mesi e un giorno di detenzione per reato contro la salute pubblica. Ecco la sentenza emessa dalla Seconda sezione del tribunale di Las Palmas ai danni di Giulio Bernardi, 51 nni, il torinese accusato di traffico di eroina. Il Tribunale infatti ha dichiarato provato che i 161,84 kg di cocaina di alta purezza (75,06 per cento) rinvenuti mentre galleggiavano in otto involucri nel mare di Playa del Aguila, sulla costa a Sud di Gran Canaria, la notte del 22 luglio 2007, furono trasportati fin lì da Bernardi a bordo del suo idrovolante, durante un viaggio dal Nord della Mauritania, allo scopo di immetterli nel mercato della droga spagnolo.
Numerosi indizi hanno convinto il Tribunale di questa tesi, nonostante l'imputato si sia difeso con argomentazioni che alla fine non sono state ritenute plausibili. Per esempio, per giustificare il suo allontanamento dalla costa sull'idrovolante dopo aver scorto la presenza della polizia che lo stava aspettando, Bernardi ha dichiarato di aver avuto difficoltà nell'atterrare all'aeroporto. Invece gli inquirenti sono convinti che si allontanò per liberarsi del carico di droga prima di ammarare nuovamente.
Se fosse stata immessa nel mercato, secondo il Tribunale la droga avrebbe potuto fruttare un guadagno di 5,3 milioni di euro.
Ora Bernardi ha la possibilità di fare ricorso contro la sentenza presso il Tribunale Supremo.

martedì 7 luglio 2009

ITALIANO PROGETTAVA FUGA AVVENTUROSA DAL CARCERE DI GRAN CANARIA


Ha confessato il tentativo di fuga dal carcere Giulio Bernardi, torinese in trasferta a Gran Canaria e, secondo l'accusa della giustizia locale, dedito in modo avventuroso, degno di un carambolico film americano d'azione, a traffico di stupefacenti e in modo altrettanto fantasmagorico sul punto di svignarsela dalla prigione grazie a un ingegnosissimo sistema messo a punto con i suoi complici, due canari e un'uruguaiana. Già in stato di detenzione, assieme ai tre amici, condannati con lui, aveva architettato la fuga. Ma aveva bisogno di attrezzi per forzare le sbarre e fuggire di notte, come corde, moschettoni, tenaglie, vernice per camouflage e perfino uno speciale apparecchio per la visione nottura. Dunque, niente di meglio che fornirgli detti strumenti attraverso un dirigibile di quattro metri, acquistato presso una ditta di Bergamo e richiesto tramite le poste, che gli altri tre progettavano di telecomandare da una postazione situata su una collinetta a soli 600 m dall'edificio carcerario di Salto del Negro, fino a farlo arrivare di fronte alla finestra della cella di Bernardi. La “centrale” era situata in una tenda mimetizzata e attrezzata con un telescopio grandangolare per osservare i movimenti all'interno delle mura del carcere e un dispositivo di allarme per segnalare chiunque si avvicinasse al punto di osservazione. Secondo gli investigatori del Greco, Gruppo di risposta specializzata contro il crimine organizzato, facente parte della Polizia nazionale spagnola, Bernardi era in contatto con i complici mediante il telefono cellulare e li informava riguardo alle misure di sicurezza, ai turni dei funzionari e ad altri dati essenziali per la fuga. Ma non ha fatto i conti con le intercettazioni telefoniche operate dai funzionari di polizia. E con il reperimento del pacco in arrivo dall'Italia.
Bernardi sarebbe dovuto fuggire all'estero e secondo l'accusa da lì sperava di continuare a svolgere i suoi traffici illeciti con la Spagna. Ora, dopo un rapido processo, è stato condannato a quattro mesi di detenzione, una sentenza da molti ritenuta ridicola, ma tuttavia conforme al vigente Codice penale. Tanto ridicola che il giudice ha stabilito di sospenderla, anche perché al momento l'imputato non ha ancora precedenti penali.
Ma non sarà scarcerato perché è in attesa della condanna a 18 anni di detenzione per l'accusa di traffico di cocaina, di provenienza colombiana, tra la Mauritania e le Canarie, che secondo il pubblico ministero Javier Gacia Cabañas l'italiano ha effettuato a bordo di un proprio idrovolante. Cabañas considera provato infatti che alle 22 del 19 giugno 2007 Bernardi ammarò in prossimità della Playa del Aguila su un idrovolante di sua proprietà trasportando 162 kg di cocaina, ricevuta il giorno stesso dalle mani di trafficanti colombiani in una zona del Nord della Mauritania. Il torinese, tuttavia, ammette di essere ammarato in quella zona, ma nega di aver trafficato droga. La cocaina infatti sembra non sia stata trovata a bordo dell'idrovolante, ma in una località della costa prossima alla zona di ammaraggio.