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venerdì 17 agosto 2018

UNA VITA DA ROMANZO QUELLA DI JOSÉ MANUEL GARCÍA PERUYERA, SFUGGITO DA RAGAZZO ALLE VIOLENZE DEI NAZISTI



È l'unico spagnolo ancora vivente tra coloro che sono sopravvissuti all'olocausto nazista. Ecco la straordinaria storia di un bambino spagnolo di parecchi decenni fa, ex orfano di guerra che, nella sua infanzia e adolescenza ha dovuto soffrire traversie e crudeltà di ogni genere, degne di un best seller della narrativa e che hanno messo tante volte a repentaglio la sua vita, anche se poi il protagonista è riuscito a rifarsi una vita e a diventare un simpatico signore di una certa età. Che però adesso, dalla sua casa di Las Palmas de Gran Canaria, mette giustamente in guardia dai pericoli e dalle crudeltà che comporta ogni tipo di conflitto armato soprattutto i giovani, perché non dimentichino quello che di terribile è accaduto. Parliamo di José Manuel García Peruyera, 90 anni compiuti il 24 maggio scorso. Vive in un appartamento vicino a Mesa y López, un'arteria stradale arcinota della capitale grancanaria, in pieno centro città.
Orfano a soli 8 anni di età, questo asturiano è stato vittima delle guerre che si sono succedute nel secolo scorso, fin dall'inizio della sua età della ragione. Una bomba mise fine alla sua famiglia durante l'assedio di Oviedo, in piena guerra civile spagnola, e ciò significò per lui trovarsi completamente solo in una terra di nessuno, come tanti altri figli della guerra. In fuga da Oviedo verso Gijón, alla ricerca di alcuni amici dei suoi genitori, fu prelevato assieme a tanti altri bambini come lui dai camion della CNT, ovvero dai repubblicani e dai socialisti, i quali volevano mettere in salvo questi sventurati ragazzini portandoli al porto di El Musel, a Gijón appunto, dove molte imbarcazioni erano in attesa di portali via, lontano dalla guerra. Nel 1937, circa 12 mila bambini asturiani furono messi in salvo in questo modo. In parte giunsero in Russia, altri in Inghilterra e altri ancora, come José Manuel, in Francia.
Ma i bimbi che riuscirono ad arrivare vivi in Francia lo fecero in un pessimo stato di salute. Furono trasferiti in un ospedale a Versailles, dove vennero messi in quarantena. Da lì, una volta rimesso in salute, José Manuel fu destinato a vari campi di concentramento, da Perpignan fino a Nizza, destinati agli spagnoli che uscivano dalla guerra. Lì la vita era dura, e si soffriva molto la fame e il freddo, ricorda José Manuel. Per tutto quel periodo visse in uno stato di vera vicinanza  con la morte, che però non sopraggiunse mai, nonostante José Manuel si sentisse come “un morto vivente”.
Era sopravvissuto alla guerra nel suo Paese, ma altri pericoli peggiori erano in agguato per lui. Quando i tedeschi occuparono la Francia, misero le mani sui campi di concentramento e selezionarono prigionieri per mandarli come schiavi in Germania. Fu così che José Manuel cadde dalla padella nella brace.
In territorio nazista, venne incaricato di lavori che andavano dalle pulizie alla raccolta dei denti d'oro e dei gioielli dai corpi degli ebrei uccisi. Tutto ciò che i tedeschi, vere bestie, ordinavano i ragazzini terrorizzati dovevano eseguire. Ma soprattutto temevano le attenzioni morbose dei tedeschi pedofili. È questo uno dei peggiori ricordi di José Manuel. «Oggi che sono ancora vivo lo posso raccontare» afferma. «Quello che i tedeschi fecero ai bambini spagnoli nei campi di concentramento nazisti fu il peggio che un essere umano possa compiere. Io stesso fui violentato da uno spagnolo che obbediva ai tedeschi. Fu un vero incubo. Ma noi che colpa avevamo? Non eravamo noi ad aver fatto la guerra».
Il campo di sterminio di Mauthausen era uno dei già temuti, perché di solito chi entrava lì non ne usciva vivo. In quel posto orribile José Manuel potè vedere vari gerarchi nazisti, da Heirich Himmler a Josef Mengele. Quelli di alto rango come loro avevano l'ossessione di raccogliere tutto l'oro che potevano dai corpi delle vittime innocenti della loro barbarie. «Io stesso ho visto come Himmler entrava nella stanza dove era ammassato tutto quell'oro e ne usciva con delle borse piene» racconta José Manuel. «L'oro era l'unica cosa che importava a questi criminali».
Dopo essere stato miracolosamente liberato, per José Manuel è cominciata una lunga avventura per i mari di tutto il mondo. Si imbarcò infatti come addetto alla cucina su varie navi, e nel corso dei numerosi viaggi ha potuto mettere da parte una discreta fortuna. Durante le soste nei porti di così tanti Paesi ha potuto conoscere le Canarie, terra della quale si è innamorato. Nel corso della sua lunga esistenza è vissuto tra la Costa Rica, dove si è sposato, e Las Palmas de Gran Canaria. Ora riceve una pensione dalla Germania, per essere stato prigioniero nei campi di concentramento nazisti, dalla Spagna come orfano di guerra, e anche dalla Francia. Durante tutti questi anni ha tenuto numerose conferenze in vari Paesi europei, perfino in Germania, nel corso delle quali ha sempre raccontato la sua avventurosa esistenza e gli orrori delle guerre alle quali è sopravvissuto. Ancora adesso a distanza di tanti anni da quei fatti, racconta, i ricordi spesso si tramutano in incubi veri e propri.
«A Las Palmas de Gran Canaria sto molto bene» assicura però. «E per fortuna qui ho tanti amici e una famiglia che si prende molta cura di un uomo anziano come me».

lunedì 15 gennaio 2018

ISABEL PANTOJA, TRIONFO DI PUBBLICO SEGUITO DA UNA TRAGEDIA PER UNA SUA AMMIRATRICE


Isabel Pantoja al Gran Canaria
Arena di Las Palmas alcune sere fa. In basso, la cantante
grancanaria Rosa Delia Nuez, detta “La Pantoja de Canarias”,
che non ha retto all'intensa emozione nell'assistere
 allo spettacolo del proprio idolo e ha subìto un arresto
 cardiocircolatorio risultatole fatale. Infine, la corona
di fiori inviata da Isabel Pantoja per il suo funerale.   

L'esibizione della cantante sevillana Isabel Pantoja nel Gran Canaria Arena, davanti a quasi 6 mila ammiratori in delirio, è stata un vero trionfo. Pantoja è tornata a esibirsi qui a Gran Canaria dopo un'assenza di sette lunghi anni in cui ha attraversato momenti davvero difficili, compresa la detenzione in prigione in seguito all'accusa di evasione fiscale. Quando è apparsa sul palcoscenico con indosso un abito coloro rosso shocking, l'emozione è dilagata tra gli astanti che, incuranti della crisi economica e anche del freddo notturno, immediatamente sono stati soggiogati dalla straordinaria personalità e dalla voce incredibile e unica di questa grande artista. Dopo un interminabile applauso che è scrosciato ancor prima che potesse aprire bocca, finalmente Pantoja ha potuto iniziare a ripercorrere i suoi più grandi successi, forte di un suono perfetto, di una magnifica orchestra composta da 55 musicisti più 16 coristi, e di due enormi schermi laterali, messi apposta lì per fare in modo che il pubblico non perdesse neppure il minimo dettaglio dei gesti carismatici e delle intense espressioni del viso della cantante sevillana.
La sua voce è apparsa perfettamente intatta mentre intonava i suoi più grandi successi, da Abrazame muy fuerte a Dímelo, da Buenos días tristeza a Amor eterno, da Tén compasión de mi a Te lo pido por favor, dedicata a sua madre, in un crescendo di grandi emozioni da parte del pubblico che, ormai quasi ebbro, chiedeva sempre più all'artista).
Non sono mancati anche motivi tipici sevillani e canari, in un'apoteosi che ha portato al trionfo finale la Pantoja, immobile sul palco nel suo vestito rosso shocking e osannata come una dea. L'emozione è rimasta palpabile fino alla fine, ma purtroppo è stata funestata dalla notizia, annunciata dalla stessa Pantoja nel finale del concerto, che una cantante locale, Rosa Delia Nuez, 58 anni, di Agaete, conosciuta come la Pantoja de Canarias e in passato ospite di vari programmi televisivi locali, che aveva fatto di tutto per conquistarsi un ingresso al memorabile spettacolo del proprio idolo ed era eccitatissima per la possibilità di assistervi, non ha retto all'emozione e ha subìto un arresto cardio-respiratorio che, nonostante il pronto intervento dei soccorsi sanitari, le è risultato fatale. Isabel Pantoja, che ha appreso appunto la notizia solo nella parte finale del concerto, ha voluto dedicare a Rosa Delia la canzone Canarias, Canarias, e inoltre ha voluto esprimerle la propria gratitudine e il proprio affetto facendo recapitare nel luogo dove è stata composta la sua salma una grande corona di fiori con scritto sopra il proprio nome.  


domenica 18 ottobre 2015

ALEJANDRO NIETO, MISTER ESPAÑA 2015: CAMPIONE DI BELLEZZA E DI CORAGGIO

Qui sopra e al centro dell'articolo, Alejandro
Nieto, vincitore del Concorso
per Mister Espana 2015. In basso, Daniel
Barreres, il “rivale” di Alejandro
di cui si parla nell'articolo.

È stato eletto Míster Internacional España 2015 a La Palma, nel corso dei festeggiamenti di Nuestra Señora de Las Nieves, ma è nato a Cádiz, in Andalusia. Si chiama Alejandro Nieto ed è un bellissimo ragazzo, apprezzato non solo per il suo fascino sexy, ma anche per le doti umane. Nonostante la grande fama raggiunta nel suo Paese, infatti, resta un giovane molto semplice, senza grilli per la testa, disponibile verso gli altri. Recentemente è approdato a Gran Canaria, per far parte della giuria del concorso per l'elezione dei vincitori regionali di Miss e Mister Las Palmas, che si è svolto nei giorni scorsi durante i festeggiamenti de La Naval, nell'antico quartiere de La Isleta.
Nel raccontare di se stesso, ricorda con tanta emozione il momento in cui ha sentito pronunciare il suo nome come vincitore. «Ho provato grande gioia e orgoglio di me stesso, la sensazione di aver realizzato un sogno» confessa. «A La Palma ho trascorso giorni bellissimi: si tratta di un'isola piccola ma molto bella, piena di fascino. Soprattutto mi ha impressionato il particolare microclima che esiste nella zona che si estende tra i vulcani di San Antonio e il Teneguía. Ho potuto anche conoscere l'importante coltivazione che si fa delle banane, per poi esportarle in tutta la Spagna. Incredibile!»
Alejandro, pur non essendo una grande star come lo sarebbe certamente in America Latina se fosse uscito da un concorso di bellezza locale, è molto conosciuto in Spagna e ammirato sia dalle donne sia da molti uomini. «Anche se sono eterosessuale, la cosa mi lusinga molto e non mi dà alcun fastidio» confida. «Io rispetto la sessualità di ciascuna persona, anche se ammetto che le avances da parte di un uomo potrebbero mettermi in imbarazzo».
Purtroppo Alejandro non potrà partecipare alla finalissima del concorso di Míster Internacional, che si si volgerà  il prossimo 30 Novembre nelle Filippine, a causa di una clausola ben precisa del regolamento, anche se forse anacronistica: è infatti papà, e questo gli preclude la possibilità di essere presente in rappresentanza della Spagna. Al suo posto, parteciperà il primo finalista del concorso che lo ha visto vincitore, Daniel Barreres (foto in basso), altra autentica bellezza maschile, che è originario di Valencia.
La solarità di Alejandro è offuscata però da un particolare commovente della sua vita: anche se lui non ne parla volentieri, il suo bambino lotta con coraggio contro una malattia molto grave. «È un bambino bellissimo, forte e combattivo» spiega. «Mi sono sempre sforzato di inculcare in lui la forza e il coraggio, proprio come anche i miei genitori hanno fatto con me. Sono grato a loro perché mi hanno insegnato ad affrontare le situazioni così come si presentano nella vita. Certo, avere un figlio è la cosa più bella che possa capitarti. L'arrivo del mio bambino ha cambiato le mie priorità e le mie prospettive di vita, ma sono molto contento così».
Alejandro ora vuole impegnarsi al massimo per aiutare anche economicamente il suo bambino nella lotta alla malattia, e per questo ha bisogno di lavorare molto. Il suo sogno è quello di continuare a farlo nel mondo della moda. E se glielo chiedessero, assicura, sarebbe disposto anche a posare nudo. «Non c'è niente di male in questo, secondo me» dice senza ipocrisia. «Se uno ha un corpo bello, può benissimo mostrarlo alle altre persone».
E lui, il corpo, l'ha sicuramente bello e imponente. Ma al di là del fisico eccezionale, oggetto del desiderio di tanti spagnoli, ha anche doti caratteriali davvero invidiabili. Si merita proprio di continuare ad avere successo. Anche per il suo bambino malato.


sabato 18 maggio 2013

ADDIO A EL BATU, LO SPACCONE DAL CUORE D'ORO NATO A GRAN CANARIA E MOLTO CONOSCIUTO NEL WEB

Il suo vero nome era José David Delgado Álvarez, ma a Gran Canaria dove era nato e un po' ovunque era conosciuto con l'appellativo di El Batu. Personaggio singolare, strafottente ma timido, un po' tamarro ma educato, sguardo aggressivo e cuore d'oro, era un piccolo divo di Youtube, in cui migliaia di internauti seguivano le sue gesta attraverso i video, postati dai suoi fans, che lo vedevano protagonista di innocue spacconerie molte volte assieme agli amici del quartiere di Alcaravaneras. Yoytube è stato anche il ring su cui El Batu si è scontrato con un altro personaggio della rete e dei socialnetwork come è John Cobra, un valenciano, personaggio tarocco-demenziale dall'ideologia più o meno vagamente estremista (leggi fascista), noto più o meno quanto lui. Purtroppo, però, El Batu è morto giorni fa e, se nella sua giovane vita è sempre stato un po' esibizionista nel senso buono del termine, la sua fine è invece ammantata di mistero. L'incredibile notizia comunque si è sparsa velocemente e ha lasciato dietro di sé cordoglio e rimpianto non solo tra i suoi 1600 e più amici di Facebook, ma anche tra alcuni noti personaggi dello spettacolo. Come per esempio l'attore e regista Santiago Segura che su Twitter ha scritto: «Sono dispiaciuto per la morte di El Batu, e mi dispiace soprattutto per la sua gioventù. Con me è stato disponibile e affettuoso. Mi è sempre parso una persona stupenda, molto educata». El Batu infatti ha anche trascorsi cinematografici: alcuni lo ricordano come uno tra gli attori del film Torrente 4, e in particolar modo nella scena girata in un carcere.
Tiffany Domínguez, fan di El Batu, su Facebook assicura di essere “distrutta”: «Spero che riposerai in pace in cielo e che avrai le cose che hai sempre desiderato» aggiunge. Dal canto suo, Nieves Delgado dice che El Batu «era amico dei suoi amici, un ragazzo molto affettuoso. Mi sembrerà strano andare al mare ad Alcaravaneras e non vederti camminare e salutare mezza spiaggia. Mi rifiuto di dirti “addio”, preferisco di gran lunga un “arrivederci”».
I messaggi di cordoglio sono arrivati anche da oltre frontiera e persino dall'Italia. Paolo Nenzo scrive: «Riposa in pace, piccolo grande Dragone: il mio rispetto dalla lontana Sicilia. Pace per la tua anima».

mercoledì 8 agosto 2012

CARMELO GARCÍA “GANCHO”, PUGILE ALLE OLIMPIADI A ROMA DEL 1960: «I MIEI MUSCOLI? ME LI ERO FATTI ALZANDO CASSE DI BANANE!»

Carmelo Garcia Alfonso, detto Gancho, adesso e quando faceva
il pugile, alla fine degli anni '50.
Carmelo García Alfonso (Guía, Gran Canaria, 1939), conosciuto come García Gancho, è stato uno dei più grandi pugili dell'epoca d'oro della boxe alle Canarie, alla fine degli anni '50. Campione di Spagna per ben dieci volte, partecipò alle Olimpiadi di Roma nel 1960.
Che cosa significò per lei quella lontana partecipazione alle Olimpiadi?
«Senza dubbio fu una delle più gradi gioie sportive della mia vita. Eravamo pugili amatoriali e per noi poter stare lì era un importante riconoscimento al nostro lavoro».
A Roma erano presenti anche i grancanari Cesáreo Barrera e Eusebio Mesa Monsta. Era così grande la superiorità della box canaria? 
«Quando partecipammo al torneo preolimpico di Valencia, la nostra egemonia sugli avversari era tale che ci soprannominarono “le scope canarie”».
Per quale motivo decise di cominciare a boxare?
«Fu grazie a mio fratello, il primo in famiglia a dedicarsi alla boxe. Combatté un paio di volte, però ben presto si accorse che non era esattamente quello che più gli faceva fare. Ciononostante io mi associai al Nuevo Club di Schamann, a Las Palmas de Gran Canaria. E se potessi rinascere, di sicuro farei nuovamente il pugile».
Chi le affibbiò il nome di García Gancho?
«Fu Pascual Calabuig, colui che organizzò gli incontri di Valencia. Lì feci quattro incontri in otto giorni. Il primo combattimento lo vinsi in meno di due minuti, con il mio gran colpo, un gancio appunto. Con il secondo avvenne la stessa cosa. Nel terzo, ancora una volta portai a termine un KO con il mio famoso gancio. Quando tornai a Las Palmas fu lui stesso a chiedermi se quel soprannome mi sarebbe piaciuto. Io gli dissi che sì, mi piaceva, e così “Gancho” mi è rimasto appiccicato per tutta la mia carriera».
Qual fu il momento più emozionante ai giochi olimpici di Roma?
«L'inaugurazione fu un vero sogno per me, un'emozione che non potrò mai dimenticare, così come il momento delle benedizione del Papa in Piazza San Pietro. E ancora pochi giorni fa mi sono emozionato nel vedere in tivù gli atleti sfilare».
Seguì una preparazione speciale per partecipare ai giochi di Roma?
«A dire il vero no. Non ho mai alzato pesi in palestra in vita mia, e i miei muscoli erano frutto del mio lavoro, in particolare alzando pesanti scatoloni, pieni di banane, che uscivano da una macchina impacchettatrice, per metterli sui camion. La mattina lavoravo e nel pomeriggio mi allenavo. Alle nove di sera ero già a letto».
A quelle Olimpiadi partecipò anche il leggendario Classius Clay ovvero Muhammad Alì. Che cosa ricorda di lui?
«Tutti quanti ci accorgemmo subito del suo potenziale. I suoi giochi olimpici furono un autentico spettacolo: tre incontri, tre colpi duri, tre avversari al tappeto».
Alcuni ricordano il suo combattimento contro Kasprzyk. Come fu? 
«Molto duro. La nostra preparazione era abbastanza scarsa. E prima dell'incontro non c'era un'adeguata concentrazione né niente di simile. Il mio avversario poteva vantare più di 200 incontri. Era un amatoriale totalmente professionista. Io, con 28 incontri alle mie spalle, che cosa avrei potuto fare? In questi casi l'esperienza è tutto. Mi atterrò due volte e io mi rialzai, ma alla terza caduta rimasi KO».

(libera traduzione da laprovincia.es)

domenica 4 marzo 2012

CIRO MIRÓ: L'ATTORE GRANCANARIO HA IMPARATO LA SCHERMA SUL SET DI UN FILM E ORA È ISTRUTTORE DI SCIABOLA


Ha cominciato a praticare scherma per prendere parte al film La Conjura del Escorial, nel 2008, accanto a interpreti come Julia Ormond o Jason Isaacs. Recitava nel ruolo di Diego Martínez, personaggio storico direttamente implicato nell'attentato che pose fine alla vita di Escobedo, segretario di Giovanni d'Austria nella Spagna del secolo XVI. Poiché il ruolo di Ciro Miró era proprio quello del killer di Escobedo, il quale oltretutto dava lezioni di scherma alla principessa di Eboli, è stato costretto a frequentare per un po' un'Accademia di spadaccini.
«Mi sono introdotto nell'ambiente quasi senza una grande convinzione e senza quasi rendermene conto, ma poi ho continuato con la pratica e il perfezionamento fino ad arrivare a dare io stesso dei corsi di sciabola qui, nell'Accademia di scherma La Sala de Armas, nella calle Pérez del Toro di Las Palmas de Gran Canaria» spiega l'attore.
Quella dove insegna è l'unica Accademia di scherma esistente nella capitale grancanaria, ma può contare su allievi dotati di buon talento, alcuni dei quali hanno già partecipato a vari campionati in Spagna.
La scherma è l'unico sport olimpico di origine spagnola, «anche se a livello internazionale gli spagnoli» sottolinea Mirò «non si distinguono affatto. Sono sempre gli italiani e gli ungheresi a conquistare i maggiori premi».
Fra le tre specialità della scherma, e cioè fioretto, spada e sciabola, Mirò ha preferito l'ultima.
«Con questa» spiega «non sempre vince il più forte o il più veloce, bensì s'impone il più furbo, il più fantasioso».
Si tratta di una specialità fulminea: i combattimenti durano fra tre e otto secondi al massimo.
Dapprima Mirò ha insegnato a Madrid, e nel club dove operava si è passati in circa un anno da 170 a 700 soci. Ora, a Las Palmas de Gran Canaria, è seguito da una stuola di allievi, come a smentire che la scherma sia solo per un'élite a causa dei costi.
«L'equipaggiamento sportivo è fornito dalla società e la cifra mensile da versare come quota associativa comprendente due lezioni a settimana si aggira sui 50–60 euro, anche se poi molti recuperano qualcosa poiché sono soliti sfidarsi a duello facendo piccole scommesse».
La scherma del resto è un ottimo sport: richiede grande coordinazione ed è in grado di migliorare notevolmente i riflessi.
«Una volta, quando mi cadevano le chiavi di mano ero costretto a raccoglierle chinandomi a terra» dice scherzando Mirò. «Adesso non c'è una volta che non riseca ad afferrarle al volo. E la stessa cosa mi accade con tutto quello che mi sfugge dalle mani!»

(nella foto in alto, da laprovincia.es, un'immagine dell'attore e istruttore di sciabola Ciro Miró durante una lezione)

domenica 11 dicembre 2011

ARRIVATO DAL SENEGAL SU UN BARCONE DI DISPERATI, ORA DIAL MASSE È UN PROMETTENTE CAMPIONE DI LOTTA CANARIA


La storia di Dial Masse (nato a Dakar nel 1980) ha avuto un esito felice, però avrebbe potuto concludersi in tragedia, come per molti che come lui hanno affidato il proprio destino a un barcone per sfuggire alla miseria e approdare in un posto dove costruirsi un futuro migliore. Anche Dial, infatti, è salito su uno di questi barconi di disperati inseguendo un sogno, e oggi sorride.
Nella Unión Sardina, una società che gareggia nella specialità sportiva della lotta canaria, tutti hanno un debole per lui.
«È un grandissimo compagno, un esempio per tutti, un fenomeno» afferma Carmelo Rodríguez, referente carismatico della squadra di Vecindario, una località del sud-est di Gran Canaria, sottolineando il fatto che Dial è molto apprezzato per le doti umane oltre che quelle sportive, favorite dalla sua morfologia perfetta per lo sport tipico delle Canarie.
«Volevo andare in cerca di una vita migliore e non ci ho pensato due volte quando c'è stata l'occasione di unirmi a un gruppo di connazionali che coltivavano il mio stesso sogno» racconta. «Facevo il pescatore e me la passavo molto male, per cui ho voluto tentare la sorte, consapevole che dove sarei arrivato sicuramente sarei stato meglio che nel posto dove vivevo allora. All'inizio gli altri occupanti del barcone non volevano accogliermi, ma io ho setto loro che se volevano lasciare il porto avrebbero dovuto farmi posto. E così alla fine hanno detto di sì. Ho lasciato alle mie spalle amici e parenti. Non ho avuto il tempo di avvisarli, è successo tutto così, all'improvviso. Non era il momento di fermarsi a riflettere, a dubitare, a farsi sopraffare dai sentimenti».
E tutto per ricominciare da zero. Dopo la partenza dal Senegal, Dial ha trascorso dieci giorni in mare assieme ai suoi compatrioti fino ad arrivare sulla costa di Arguineguín.
«Durante il tragitto, abbiamo incontrato altri barconi zeppi di nostri connazionali e abbiamo cercato di aiutare tutti queli in difficoltà» racconta ancora. «Però non sempre è stato possibile. Sono stati dieci giorni che non potrò mai dimenticare, perché ti segnano per sempre. Avevamo acqua e cibo a sufficienza, però durante un guasto al motore confesso di aver avuto paura. Credo sia normale. Però poi riuscimmo a ripartire e nessuno è morto, anche se in vari altri casi non è stato così ed è avvenuta una tragedia. Ma il mio destino ha voluto così».
Dial ha messo piede sul territorio grancanario alla fine del 2006.
«Al nostro arrivo ci hanno dato caffè e biscotti» ricorda con emozione. «I poliziotti ci hanno trattato bene. Io non temevo nulla, anche se per me tutto era nuovo e non sapevo neppure in quale luogo eravamo approdati. Sentivo però che era il posto in cui avrei realizzato il mio sogno. Ho trascorso sei mesi nel centro della Cruz Roja di Vecindario, con momenti assai duri come quando finalmente ho potuto parlare con i miei genitori e ho raccontato loro di trovarmi qui».
Si emoziona ancora parlando di loro, perché da quel momento non li ha più visti.
Durante i mesi in cui è stato trattenuto, ha cominciato a imparare la lingua, a familiarizzare con un mondo del tutto sconosciuto, sempre convinto che qui era il posto in cui vivere.
«Mi sono adattato a tutto perché non volevo assolutamente tornare indietro e questo mi ha dato la forza di superare tutti gli ostacoli» afferma. «Ero giovane, non conoscevo nessuno, non possedevo nulla, dipendevo dagli aiuti. Però sono andato avanti».
Un giorno è capitato sul campo della Union Sardina.
«In Senegal avevo praticato la lotta locale, un po' diversa da quella canaria, però con prese abbastanza simili» racconta ancora. «Non ero in forma, ovviamente, però ho voluto provare lo stesso. E subito sono stato accolto nel miglior modo possibile».
Da allora ha fatto parte di alcune équipe fino a tornare alla Union Sardina.
«Non mi pagano però mi danno il sufficiente per pagarmi il mangiare e i trasferimenti » confessa. «La mia stima per la direzione e i compagni è massima. Non ho parole per ringraziarli per tutto quello che fanno per me».
Tra poco Dial Masse otterrà i documenti per la cittadinanza spagnola. Sposato con Vanessa Valido, padre di Yeray, che è nato in una data fatidica per i superstiziosi (l'11-11-2011), abita al Cruce de Arinaga e da tempo cerca un lavoro.
«Ho fatto anche il muratore e sono disposto a farlo ancora per portare avanti la mia famiglia» confida. «Inoltre, vorrei tanto poter tornare un giorno in Senegal per rivedere i miei genitori e i miei fratelli. Mi manca solo di dare un abbraccio a tutti quelli che ho lascito laggiù, ma sono comunque già molto contento di aver realizzato il mio sogno di arrivare fin qui».
Dial sorride con generosità e sincerità. Il suo è il sorriso di un uomo pieno di gratitudine.

(nella foto da canarias7.es un'immagine del senegalese Dial Masse mentre si allena con i compagni della Unión Sardina, società sportiva di Vecindario, Gran Canaria)

mercoledì 17 novembre 2010

DA PASITO BLANCO (GRAN CANARIA) È RIPRESA L'AVVENTURA SOLITARIA DI LAURA DEKKER


È partita lo scorso 14 ottobre dal porto sportivo di Pasito Blanco, nel sud di Gran Canaria, Laura Dekker, la navigatrice olandese che, a soli 15 anni, sta tentando la traversata del mondo in solitaria. Giunta alle Canarie nelle settimane scorse, stava preparando questa seconda tratta della titanica impresa in cui è impegnata e da una quindicina di giorni si trovava a Pasito Blanco, da dove era prevista, appunto, la partenza. Alcune imbarcazioni piene zeppe di fans locali l'hanno accompagnata per un breve tragitto fino a che Laura ha lasciato le acque di Gran Canaria per dirigersi verso i Caraibi. Una volta nei mari americani, attraverso il canale di Panama entrerà nell'Oceano Pacifico. Ulteriori tappe della sua traversata solitaria saranno infatti la Polinesia e l'Australia. Solo successivamente si avvicinerà di nuovo all'Europa dapprima solcando il Mar Rosso e il canale di Suez, e poi il Mediterraneo. Da qui, attraverso lo stretto di Gibilterra, giungerà nuovamente nell'Oceano Atlantico, che risalirà fino a rientrare in Olanda, tra un anno circa.

venerdì 12 marzo 2010

PAQUITA, LA MADRE CORAGGIO DELL'ISOLA DI FUERTEVENTURA


Il viso di Francisca Perez, da parenti, amici e conoscenti chiamata Paquita, riflette non solo il trascorrere inesorabile del tempo, ama anche il dolore e la sofferenza per i colpi bassi che la vita le ha inferto. Da quarantacinque anni assiste un figlio affetto da paralisi cerebrale che lo costringe a vivere a letto.
Per Paquita però ci sono altre ferite che non è possibile cicatrizzare nonostante il tempo trascorso, specialmente la morte di suo figlio Manolo, scomparso ancora molto giovane, e quello di suo marito. Ma non è tutto: ad aggredire la sua anima e il suo coraggio sono arrivati anche un tumore all'utero e tre interventi chirurgici per curare varie ernie causate dai continui sforzi fatti nel curare il suo figlio infermo. Ma nonostante tutto ciò, questa straordinaria donna di 72 anni originaria di Gran Canaria, mostra un ottimismo eroico.
Paquita è nata in una famiglia molto umile, perciò da piccola si è vista obbligata a lavorare facendo pulizie nelle case di famiglie agiate de la Calle de Triana, nel cuore antico della capitale grancanaria Las Palmas. Si è sposata a solo 22 anni con manuel Perez e dalla loro unione sono nati sei figli: Conchi, Manuel (ovvero Manolo, già deceduto), Pepito, Marisol, Araceli e Falo.
«Sono loro la mia realizzazione come madre e come moglie» dice orgogliosa, mentre dà da mangiare a suo foglio Pepito, come lo chiama affettuosamente.
La morte dell'altro figlio, Manolo, avvenuta nel 1988, è stata una delle esperienze più devastanti che ha dovuto sopportare. Ma anche la nascita dell'altro figlio, Pepito, avvenuta nel 1965, ha rappresentato per lei un vero dramma.
«In clinica non mi hanno assistita come dovevano» lamenta. «Solo quando la mia creatura stava quasi per cadere a terra si sono preoccupati di me. Il bambino è nato con dei problemi e da allora è a letto, immobile e senza poter comunicare: questa è la cruda realtà».
Paquita è sempre stata accanto al figlio malato. Notte e giorno.
«Non ho mai voluto pagare nessuno per la sua assistenza» racconta. «Siamo state sempre io e le sue sorelle ad accudirlo. Ora, da un anno circa, tre giorni alla settimana vengono anche alcune assistenti sociali del Comune di Puerto del Rosario ad aiutarci perché io non ce la faccio più, non ho più la forza per sollevarlo».
La vita di Pepito trascorre lentamente in una piccola stanza. È sempre disteso. Esattamente come il primo giorno in cui è venuto alla luce.
«Non si è mai potuto muovere, ma noi lo vediamo contento perché è ben assistito. A volte diventa nervoso e soffre di attacchi epilettici, però è un figlio straordinario».
Doña Paca, come la chiamano tutti nel quartiere Fabelo della capitale di Fuerteventura, esprime un disperato desiderio: «Prima che io muoia, è meglio che Pepito se ne vada. Non voglio creare problemi a nessuno».
(libera traduzione e foto da laprovincia.es)