martedì 19 aprile 2011

TERREMOTI ALLE ISOLE CANARIE? SONO POCO PROBABILI


I terremoti e i vulcani, si sa, come quasi tutto in natura hanno il proprio yin e il proprio yang, il loro aspetto negativo e positivo. Il loro potere distruttivo si è espresso in tante e dolorose occasioni riguardo alla comunità umana, però d'altra parte è anche il segnale che la terra è viva e, proprio per questo, l'uomo riesce ad abitarla. Una prospettiva che chiama alla riflessione e che deriva (e non potrebbe essere altrimenti), da un ricercatore, per meglio dire un geologo: Francisco Pérez Torrado della ULPGC, Università di Las Palmas de Gran Canaria. Probabilmente la dimensione di milioni di anni in cui questi ricercatori sono abituati a svolgere il proprio lavoro conferisce loro una pace speciale. Ma torniamo al tema iniziale. Anche le Canarie hanno avuto i loro problemi dal punto di vista geologico. Queste isole non solo hanno sofferto imponenti eruzioni in relazione alla propria condizione di vulcani, ma sono anche testimoni di frane massive che hanno provocato spesso onde gigantesche, ossia i temuti tsunami. La domada è: ciò si ripeterà? Quando e dove?
Tutto ha origine nelle placche tettoniche, quella specie di puzzle di cui è costituito il guscio roccioso che scivola sopra un viscoso mare di magma. La Placca africana, sulla quale si muovono le isole Canarie, si sposta verso Est da quando i continenti cominciarono a separarsi dopo essere stati raggruppavati in uno solo: la Pangea.
«In quella fase, l'Atlantico era appena un budello di mare» rivela lo scienziato. Poi, quando l'Oceano fu “maturo”, da Est a Ovest, cominciò il vulcanismo che diede origine all'Arcipelago. Le isole più antiche sono infatti Lanzarote e Fuerteventura, la cui origine risale a circa 20 milioni di anni fa; le più giovani sono invece La Palma e El Hierro, che hanno solo due milioni di anni.
«Le isole sono come gli esseri viventi, hanno le loro fasi di sviluppo» spiega Pérez Torrado. «C'è uno stadio giovanile durante il quale l'isola è inquieta e cresce più rapidamente, come un bambino. Poi si situa in una tappa di riposo eruttivo e, infine, come avviene per noi con la chirurgia estetica, va incontro alla sua fase di ringiovanimento vulcanico di spianamento delle asperità e dei dislivelli».
Anche se nessuna delle isole Canarie è defunta, secondo questa classificazione poco si può sperare da Lanzarote e Fuerteventura, e neppure da Gran Canaria. Invece, La Palma e El Hierro stanno nella fase, per così dire, della pubertà.
«Io definisco Lanzarote “la vecchia supermaquillata”» aggiunge il geologo della ULPGC. «Penso che doveva essre già molto piana quando la lava del Timanfaya la ricoprì estendendosi su una larghissima superficie. È il tipico esempio di ringiovanimento di un'isola, e si sa che i fenomeni più pericolosi si verificano nelle primissime fasi del suo sviluppo».
L'attenzione dei vulcanologi, dunque, è rivolta soprattutto alle isole occidentali. E l'esempio più lampante è l'eruzione del Teneguía del 1971 a La Palma.
E i terremoti? Sembrerebbe che siano i fenomeni geologici più delicati per le isole in generale.
«Noi ci troviamo però nella parte interiore della placca, non sul suo bordo» spiega ancora Pérez Torrado. «E comunque il bordo di questa zona della placca atlantica non è di subduzione, che si ha quando una placca si pone sotto l'altra dando luogo a sismi tellurici».
E cita l'esempio della micro-placca dei Caraibi, nella quale ebbe origine il terremoto di Haiti.
Inoltre, è il Pacifico a essere ornato con la cosiddetta cintura del fuoco, e sono Paesi come gli Stati Uniti e il Giappone, come si è visto proprio recentemente, ad avere la possibilità di vedersi più colpiti dai sismi. Per ogni terremoto che dovesse verificarsi nell'Atlantico, ce ne saranno probabilmente dieci nel Pacifico. Ma allora perché giorni fa il Colegio Nacional de Geólogos ha previsto che prima o poi si potrebbe verificare un terremoto distruttivo nella Penisola iberica?
«Perché il Mediterraneo si sta chiudendo, e questo sì potrebbe dare luogo a questo tipo di episodi» spiega Pérez Torrado.
Nella loro lunga storia, comunque, le Canarie hanno sofferto molti slittamenti massivi. Basta dare un'occhiata alla loro morfologia per scoprirne le cicatrici in forma di enormi cucchiai o anfiteatri che caratterizzano le loro coste. Navi oceonografiche come la Hespérides, o più spesso il Méteor, di bandiera tedesca, hanno trovato ai piedi di questi degli ammassi di roccia, enormi blocchi di pietra che un giorno si staccarono dall'edificio principale. Nel 1977, la nave oceanografica spagnola potè fotografare le pietre accumulate di fronte alla costa Nord di Tenerife, impronta della frana della valle de La Orotáva. Gli scienziati battezzarono questa specie di isola sommersa con l'evocatore nome di San Borondón.
A Gran Canaria, quando l'isola era una “bambina”, ossia 14 milioni d'anni fa, si staccò la parte Ovest, nella zona di Andén Verde.
«Questo fenomeno provocò uno tsunami di cui non è rimasta traccia per il solo fatto che le isole occientali non erano ancora nate» afferma il geologo.
Però, sempre a Gran Canaria, ci sono invece tracce dello slittamento massimo di Güímar.
«In quella zona, a 150 metri di altezza sul mare, si trovano fossili marini, cosa che fa pensare a uno tsunami, che dalle perizie fatte sui reperti sembra essersi verificato 840 mila anni fa» dice ancora Pérez, il quale tiene anche a precisare la differenza tra tsunami e maremoto. «Quest'ultimo ha origine nel mare, come conseguenza di un terremoto. Diventa, poi, tsunami a causa dell'erosione del fondo oceanico di fronte alla terraferma”.
Riguardo a questo, il peggio non è l'ondata, qualunque sia la sua altezza, ma la marea che è in grado di avanzare verso l'interno anche di 20 km. Perché si possa verificare una catasfrote di questa dimensione, però, dovrebbero presentarsi contemporaneamente diverse condizioni che, al giorno d'oggi, conclude lo scienziato, si possono escludere. Anche se se poi aggiunge: «Nessun luogo della Terra è completamente al riparo da questi fenomeni».
A proposito di slittamenti massivi, c'è chi ogni tanto agita lo spauracchio di una possibile, gigantesca frana che prima o poi potrebbe avvenire sull'isola di La Palma, provocando uno tsunami gigantesco, alto addirittura 650 metri, che potrebbe viaggiare sull'Atlantico verso i Caraibi a 8oo km orari. Nel 2000, le dichiarazione a questo proposito di un geologo svizzero, Simon Day, quasi provocò un incidente diplomatico con il Gobierno de Canarias, preoccupato per il procurato allarmismo.
Gli scienziati canari smentirono questa possibilità e continuano a farlo.
«Perché possa verificarsi, occorrerebbe una serie di sfortunate circostanze che al momento non sono affatto probabili» si esprime ancora Pérez Torrado a questo proposito. «E comunque anche se questa enorme frana avvenisse, in mare non cadrebbe certo un solo, gigantesco monolite, ma una gran massa di pietre che non potrebbe avere un impatto così devastante sulla massa acquea».
(libera traduzione da laprovincia.es, foto di una zona costiera dell'isola di La Palma)

1 commento:

  1. Quando gli uomini esprimono tante certezze, io comincio a dubitare! Troppa presunzione nei confronti delle leggi naturali purtroppo

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